Carl Gustav Jung tratta il tema dell’isteria avvicinandosi precocemente alle concezioni freudiane. Pur non trovandosi, nell’opera di Jung, sistematiche riflessioni sull’isteria (Jung ha sempre sostenuto la validità delle tesi freudiane sulla sessualità salvo poi ampliarne contenuti e implicazioni), nondimeno è possibile delineare alcune ‘peculiarità junghiane’ nella riflessione sulla ‘struttura’ isterica. Infatti, l’isteria condivide con le altre nevrosi e, in maniera diversa anche con le psicosi, una ‘struttura complessuale’. Citeremo un passo abbastanza esplicativo: «[...] se un avvenimento affettivamente carico tocca un complesso già esistente, allora lo rafforza e per un certo tempo lo aiuta a prendere il sopravvento. I più chiari esempi di questo tipo si vedono nell’isterismo, dove cose apparentemente futili possono indurre le più grandi esplosioni emotive. In questi casi l’impressione ha colpito direttamente o simbolicamente il complesso, rimosso solo in parte, e in tal modo ha suscitato una tempesta complessuale, che di fronte alla futilità dell’avvenimento spesso appare del tutto fuori luogo. Con i più forti sentimenti e impulsi si legano anche i più forti complessi. Perciò non può meravigliare il fatto che la maggior parte dei complessi sia di natura erotico-sessuale (come la maggior parte dei sogni e la maggior parte degli isterismi). Specialmente nelle donne, dove la sessualità sta al centro della vita psichica, quasi non esiste un complesso che non comprenda la sessualità. A questa circostanza si potrebbe ricondurre l’importanza – che Freud considera universale – del trauma sessuale per l’isterismo.»[1]. Jung fa dunque rientrare l’isteria nella sua teoria dei complessi, ove per complesso autonomo a tonalità affettiva si intende un insieme di rappresentazioni tenute insieme, ‘percorse’ da un tono affettivo dominante; una massa di contenuti cognitivo-affettivi dunque, suscettibili di irrompere nel dominio della direzionalità cosciente e capaci di ‘disturbare’ il normale flusso del pensiero e dell’emotività. In sostanza, possiamo rinvenire nel ‘complesso’ caratteristiche di ‘autonomia’, ‘affettività’ e ‘inconscietà’ sottomesse a ‘leggi associative’. Jung rilevò per la prima volta una attività complessuale della psiche inconscia con il cosiddetto esperimento associativo, appunto: esso consisteva, in estrema sintesi, nella somministrazione di una serie di parole/stimolo ad un soggetto e nell’analizzarne, in un secondo momento, le risposte sulla base di alcuni parametri, quali il ‘tempo di reazione’ e la ‘congruità nel contenuto’ e/o nella ‘forma della reazione’ alla parola/stimolo somministrata. Queste analisi condussero Jung a porre in primaria ed estrema evidenza i cosiddetti ‘errori’ nelle risposte quali ‘scarti significativi’ o ‘eccedenze di significato’ rispetto alle aspettative dell’esperimento. Pur non addentrandoci nell’analisi del test proiettivo (presto abbandonato dallo stesso Jung), possiamo certamente dire che esso, in tal modo concepito, aprì la strada per concettualizzazioni rivoluzionarie per l’epoca: si trattava, in sostanza, della prima prova sperimentale dell’esistenza di una ‘psiche autonoma’ governata da leggi primitive (di associazione) e che organizza una prima forma di esperienza del mondo, a livello inconscio. Purtuttavia, il complesso è già un contenuto multiforme, è già ‘struttura’; ma ciò che rende possibile la stessa ‘struttura del complesso’ è quello che, secondo una analogia arbitraria ma funzionale, rende anche possibile il legame chimico fra gli elementi, per così dire. E infatti, come le molecole sono formate da atomi così nei ‘complessi’ Jung distingue perlomeno 3 componenti essenziali: 1) percezione sensoriale; 2) componenti intellettuali (rappresentazione, memoria, giudizi ad esempio); 3) tono affettivo. Queste componenti versano in uno stato di coesione (rilevabile secondo una anamnesi associativa) e permangono in una condizione di inconscietà ‘variabile’. Da questi cenni, e spostandoci sul piano psicopatologico, è possibile dire anche che, per Jung, la ‘pulsione’ e la sua ‘rappresentanza’ sono racchiuse nel ‘complesso’ ossia è il complesso, nella sua interezza, a scindersi dalla coscienza in quei casi in cui si presenta un livello affettivo molto intenso; tale intensità, lo abbiamo visto nel passo citato, non è determinata solo ‘quantitativamente’ ma è anche connotata in senso ‘qualitativo’. I complessi, sia inconsci che consci, giocano con il ‘complesso dell’Io’ (il complesso ‘primario’) una partita il cui esito determinerà la normalità o la patologia dell’individuo, e costituiscono il fondamento empirico e speculativo per una etiologia delle nevrosi e delle psicosi. In tal senso, la nevrosi costituirebbe la situazione conflittuale instaurantesi tra la molteplicità complessuale e il complesso dell’Io, il quale conserverebbe tuttavia la propria integrità, nel senso di una capacità di rappresentazione e auto-rappresentazione, capacità peculiare di tenere insieme il molteplice all’insegna di una ‘coerenza (talvolta rigidità) biografica’. Nell’isteria, più propriamente, il ‘complesso autonomo’ (o parte di esso) diviene, spesso, ‘sintomo corporeo’: giacchè la funzione simbolica del complesso primario (Io), la sua capacità di rappresentarsi una coerente esperienza di sé (primariamente corporea) e del mondo, è perduta temporaneamente. Il tono emotivo complessuale (seppur suscitato da eventi pressoché ‘insignificanti’ ma ‘significativi’ dopo l’indagine associativa), per la sua forza disgregante, ‘annega’ il flusso normale del pensiero corrompendo la proprietà integratrice dell’Io (rimozione?) e all’isterico non rimane che l’ultima via della simbolizzazione per ‘scaricare’ l’affetto patogeno: quella corporea. Il conflitto viene così temporaneamente ‘risolto’. Nella psicosi, volendo solo accennare a tale condizione, si verificherebbe un’identificazione del complesso dell’Io con un complesso scisso; l’Io perde la sua capacità simbolica (integratrice), come nella nevrosi, ma si disperde totalmente identificandosi con una o più formazioni complessuali. [1] Jung C.G., Psicologia della dementia praecox (1907), in Il problema della malattia mentale, Bollati Boringhieri, Torino 2002, p. 78.
* Articolo redatto da Luigi Merico e Giuseppe Carluccio (estratto da un lavoro più ampio sulla clinica dell'isteria a cura di Giuseppe Carluccio).